giovedì 11 gennaio 2018

Charles Baudelair



Baudelaire ⟨bodlèer⟩, Charles. - Poeta francese (Parigi 1821 - ivi 1867). Pur fra interpretazioni diverse o opposte, è ritenuto l'iniziatore di un nuovo corso poetico, e la sua opera viene collocata fra le più alte espressioni della poesia di tutti i tempi e paesi. Autore di un unico ma fondamentale libro di poesie, Fleurs du Mal (1857), la sua grande originalità non fu interamente compresa dai suoi contemporanei, nemmeno dai suoi amici più vicini (Gautier o Sainte-Beuve), ma esercitò subito un'influenza notevolissima sul Parnasse, e poi sulla scuola simbolista; e quindi grande suggestione ebbe su Verlaine, su Mallarmé, su Rimbaud, e su tutta la successiva poesia francese ed europea, fino al surrealismo.
Rimase orfano di padre a sette anni, e le nuove nozze della madre con l'ufficiale di carriera Jacques Aupick costrinsero il suo temperamento nervoso e sensibilissimo a formarsi in una solîtudine quasi completa. Per volere della famiglia intraprese a vent'anni un viaggio verso l'India, che durò dieci mesi e fu interrotto all'isola Maurizio: ne riportò impressioni e ricordi che influirono sui suoi gusti e su taluni spunti e motivi della sua poesia. Al ritorno, divenuto maggiorenne e entrato in possesso dell'eredità paterna, fece vita a sé: frequentò letterati, giornalisti, pittori, strinse amicizia con Th. Gautier, Th. de Banville, Sainte-Beuve, si legò a una mulatta, Jeanne Duval (la "Vénus noire") con un amore che durò, fra alterne vicende, fino al 1861. Esordì come critico d'arte (Salon de 1845Salon de 1846) e poi continuò a collaborare a riviste e giornali, ancora con articoli di critica d'arte e letteraria, o con rari e brevi racconti (La Faufarlo, 1847); ma presto sua cura costante fu di raccogliere in volume le sue poesie, che intanto apparivano in riviste, isolatamente o a gruppi, e venivano annunciate sotto titoli diversi (Les Lesbiennes, 1845-46; Les Limbes, 1849; Les Fleurs du Mal, 1855). Finalmente la raccolta, di 101 poesie, fu pubblicata nel 1857, col titolo definitivo di Fleurs du Mal; la sua apparizione provocò un processo giudiziario per immoralità, che terminò con una condanna pecunaria per l'autore e l'editore, e con la prescrizione di togliere sei liriche. Dopo tale successo scandalistico, B. pensò subito a una seconda edizione, che apparve nel 1861, con l'aggiunta di altre trentacinque liriche, alcune fra le più belle, e con la ripartizione in sei sezioni (Spleen et IdéalTableaux parisiensLe VinFleurs du MalRévolteLa Mort).
Concependo la poesia come fenomeno irrazionale, individuale e perciò unico e inimitabile, B. aderì all'esigenza di attualità e di realtà della scuola romantica, e della vita del suo tempo ritrasse e interpretò anche gli aspetti più oscuri e scabrosi, trasfigurandoli in un linguaggio stilisticamente elaborato, e con immagini, simboli e "corrispondenze" di grande efficacia rappresentativa. Ma del romanticismo rifiutò l'effiusione sentimentalistica, né condivise la fiducia di alcuni settori nel progresso continuo, materiale e morale, dell'umanità; l'espressione indiretta, allusiva, del suo contenuto lirismo, tradusse piuttosto l'esasperato pessimismo di molti poeti e letterati della sua generazione, disse la tormentata molinconia d'una condizione di caduta e di rinuncia, la noia che opprime e isola, gli slanci verso ideali di bellezza assoluta, le rivolte, i rinnegamenti, le evasioni verso i regni della voluttà, del vizio, dell'autoesaltazione, del sogno e della morte, e sempre con un senso quasi cristiano di colpa, con una lucida coscienza del peccato, con un miraggio di elevazione e purificazione.
Questi principî e questi aspetti si ritrovano anche nello Spleen de Paris (o Petits poèmes en prose, raccolti in volume soltanto dopo la morte di B., nel 1869), e nei Paradis artinciels(1860), in cui, sull'esempio delle Confessions of an English Opium-Eater (1821) di Th. de Quincey, tratta da esperto e da poeta degli effetti dell'oppio, dell'hasḥīsh, del vino, come mezzi di ricerca di voluttà e di moltiplicazione dell'individualità. Di grande acutezza sono i suoi saggi critici su DelacroixConstantin GuysV. Hugo, Wagner, ecc., raccolti nei due volumi Curiosités esthétiques e L'art romantique (1868), nella prima edizione di opere complete curata da Th. de Banville e Ch. Asselineau, con prefazione di Th. Gautier (1868-1870, 7 voll.). Ammirò moltissimo, per affinità di gusti e di temperamento, E.A. Poe, e ne tradusse l'opera narrativa e altri scritti (Histoires extraordinaires, 1854-1856; Nouvelles histoires extraordinaires, 1857; Aventures d'Arthur Gordon Pym, 1858; Euréka, 1864; Histoires grotesques et sérieuses, 1865). Le traduzioni da Poe e due nuove brevi raccolte di altre poesie (Les Épaves e Nouvelles Fleurs du Mal, 1866) furono le sue ultime fatiche, cui attese durante il suo forzato e ingrato soggiorno in Belgio (1864-1866), dove si era rifugiato per sottrarsi ai creditori, e da cui non tornò a Parigi se non per morirvi qualche tempo dopo.



OPERE VARIE:



IL TRAMONTO DEL SOLE ROMANTICO.

Com'è bello il Sole quando tutto fresco si alza e ci lancia come un'esplosione il suo buon giorno! Beato colui che può con amore salutare il suo tramonto più glorioso d'un sogno! Mi ricordo!... Vidi tutto, fiore, sorgente, solco, bearsi sotto il suo occhio, come un cuore che palpita...  Corriamo verso l'orizzonte, è tardi, corriamo presto, per ghermire almeno un raggio obliquo! Ma invano inseguo il Dio che s'invola; l'irresistibile Notte stabilisce il suo impero, nera, umida, funesta e piena di brividi; un odore di tomba fluttua ne le tenebre e il mio piede pauroso schiaccia, su l'orlo de la palude, rospi impreveduti e fredde lumache.

A TEODORO DI BANVILLE.

Voi avete afferrato i capelli de la Dea con un tal pugno, che vi si sarebbe preso, al vedere quell'aria di 270 padrone e quella bella noncuranza, per un giovane ruffiano che butta a terra la sua amante. Con l'occhio limpido e pieno del fuoco de la precocità, voi avete profuso il vostro orgoglio d'architetto in costruzioni, la cui corretta audacia fa prevedere quale sarà la vostra futura potenza. Poeta, il nostro sangue ci sfugge da ogni poro; forse che la veste del Centauro, cangiante ogni vena in funebre ruscello, era tinta tre volte ne le sottili bave di quei vendicativi e mostruosi rettili che il piccolo Ercole strangolava in culla?

VERSI PER IL RITRATTO DI ONORATO DAUMIER.

Colui del quale ti presentiamo l'immagine, e la cui arte, sottilissima fra tutte, ci insegna a ridere di noi stessi, questi, o lettore, è un saggio. È un satirico, un canzonatore; ma l'energia con la quale egli dipinge il Male e il suo corteo, prova la bellezza del suo cuore. Il suo riso non è la smorfia di Melmotto o di Mefisto sotto la torcia d'Aletto che li brucia, ma che agghiaccia noi: il loro riso, ahimè! non è che la dolorosa parodia de la gioia; il suo, raggia franco ed espanso, come segno della sua bontà!

LOLA DI VALENZA. INSCRIZIONE PER IL QUADRO DI EDOARDO MANET.

Fra le molte bellezze che dovunque si possono vedere, comprendo bene, amici, che il desiderio sia indeciso; ma in Lola di Valenza si vede scintillare la seduzione inattesa d'un gioiello rosa e nero.

 SUL "TASSO IN PRIGIONE". D'EUGENIO DELACROIX.

Il poeta in carcere, scomposto, malaticcio, rotolando un manoscritto sotto il piede convulso, misura con sguardo infiammato dal terrore la scala vertiginosa ove s'inabissa l'anima sua. Le risa inebrianti di cui s'empie la carcere invitano la sua ragione verso lo strano e l'assurdo; il Dubbio lo accerchia, e la Paura ridicola, ributtante e multiforme, circola a lui d'intorno. Quel genio rinchiuso in una muda malsana, quelle smorfie, quelle grida, quegli spettri di cui lo sciame tumultuoso turbina dietro le sue orecchie, quel sognatore svegliato da l'orrore de la sua abitazione, ecco il tuo emblema, o Anima da li oscuri sogni, soffocata da la Realtà fra le sue quattro mura!

LA PIPA DI PACE . IMITATO DA LONGFELLOW. I.

Dunque Gitche Manito, il Signore de la Vita, il Potente, discese ne la verde prateria, ne l'immensa prateria dai poggi montuosi; e là, su le rocce de la Cava Rossa, dominando tutto lo spazio e inondato di luce, si teneva ritto, grande e maestoso. Allora convocò li innumerevoli popoli, più numerosi che non siano le erbe e le sabbie. Con la terribile mano ruppe un pezzo di roccia e ne fece una superba pipa, poi in riva del ruscello scelse da un gran fascio una lunga canna, per farsene un cannello. Le calumet de paix: è proprio dei Caraibi e degli Indiani; significa fumar la pipa di pace. Il Calumet di pace è rosso. Il Calumet di guerra è bianco e grigio. Per riempirla tolse al salice la corteccia; ed egli, l'Onnipotente, Creatore de la Forza, in piedi, accese come un divino fanale la Pipa di Pace. In alto su la Cava fumava, dritto, superbo e inondato di luce. E questo per le nazioni era il gran segnale. E lentamente saliva il fumo divino ondulante, imbalsamato ne l'aria dolce del mattino. E da prima non fu che una striscia tenebrosa; poi il vapore si fece più azzurro e più denso, poi divenne bianco; e salendo ed ingrossando continuamente, andò a rompersi contro il duro soffitto dei cieli. Da le più lontane cime de le Montagne Rocciose, dai Laghi del Nord da le onde rumorose, da Tawasentha, la vallata impareggiabile, fino a Tuscaloosa, la foresta profumata, tutti videro il segnale e l'immenso fumo salire placidamente nel mattino vermiglio. I Profeti dicevano: "Vedete quella striscia di vapore che, simile a la mano che comanda, oscilla e stacca in nero sul sole? È Gitche Manito, il Signore de la Vita, che dice ai quattro lati de l'immensa prateria: "Vi convoco tutti, guerrieri, al mio Consiglio!" Per la via de l'acque, per le strade de le pianure, dai quattro angoli donde soffiano li aliti del vento, tutti i guerrieri di ogni tribù, tutti, comprendendo il segnale de la nube semovente, vennero docilmente a la Cava Rossa ove Gitche Manito dava loro convegno. I guerrieri stavano ne la verde prateria, con tutti li arnesi di guerra e la faccia bellicosa, dipinti bizzarramente come il fogliame autunnale; e l'odio che 274 fa combattere tutti li esseri, l'odio che bruciava li occhi dei loro antenati, incendiava pure i loro occhi d'un fuoco fatale. Ed i loro occhi erano pieni d'odio ereditario. E Gitche Manito, il Signore de la Terra, li considerava tutti con compassione, come un padre molto buono, nemico del disordine, che vede i suoi cari piccini disputare e mordersi. Così Gitche Manito per tutte le nazioni. Stese su di essi la sua destra potente per soggiogare il loro cuore e la misera loro natura, per rinfrescare la loro febbre a l'ombra de la sua mano; poi disse loro con la voce maestosa, simile a quella d'un'acqua in tumulto che casca e dà un suono mostruoso, sovrumano: II. "O mia posterità, miserabile e cara! O miei figli! ascoltate la divina sapienza. È Gitche Manito, il Signore de la Vita, che vi parla! colui che ne la vostra patria ha posto l'orso, il castoro, la renna ed il bisonte. "Io vi ho reso facili la caccia e la pesca; perchè dunque il cacciatore diventa assassino? La palude fu da me popolata d'uccelli; perchè non siete contenti, figli indocili? Perchè l'uomo dà la caccia al suo vicino? "Io sono veramente stanco de le orribili vostre guerre. Le vostre preghiere, li stessi voti sono delitti! Il pericolo per voi è ne la discordia ed è ne l'unione che sta la vostra forza. Vivete dunque come fratelli e sappiate mantenervi in pace.  "Fra poco avrete per mia mano un Profeta che verrà ad istruirvi e soffrirà con voi. La sua parola farà de la vita una festa; ma se voi disprezzate la sua perfetta sapienza, poveri ragazzi maledetti, disparirete tutti! "Cancellate ne le onde i vostri colori micidiali. Le canne sono numerose e la roccia è grande; ognuno può farsi la sua pipa. Non più guerre, non più sangue! D'ora innanzi vivrete come fratelli ed uniti fumate tutti la Pipa di Pace!" III. E tutti subitamente gittando l'armi a terra, lavano nel ruscello i colori di guerra che lucevano su le fronti crudeli e trionfanti. Ognuno d'essi scava una pipa e coglie su la riva una lunga canna che con abilità abbellisce. E lo spirito sorrideva a' suoi miseri figli! Ciascuno se ne ritornò con l'anima calma e rapita; e Gitche Manito, il signore de la Vita, risalì per la porta socchiusa dei cieli. – Traverso lo splendido vapore de la nube, l'Onnipotente saliva, contento de l'opera sua, immenso, profumato, sublime, radioso!

 LA PREGHIERA D'UN PAGANO.

 Ah! non diminuire le tue fiamme, riscalda il mio cuore intirizzito, o Voluttà, tortura de le anime! Diva! supplicem exaudi! O Dea diffusa ne l'aria, fiamma nel nostro sotterraneo! esaudisci un'anima intorpidita che ti consacra un canto di bronzo. O Voluttà, sii sempre mia regina! Prendi la maschera d'una sirena fatta di carne e di velluto, o versami i tuoi pesanti sonni nel vino informe e mistico, Voluttà, elastico fantasma!

L'IMPREVEDUTO.

Arpagone, che vegliava il padre agonizzante, disse a sè stesso, pensieroso davanti a quelle labbra già bianche: "Noi abbiamo, mi sembra, nel granaio un numero sufficiente di vecchie assi!" Celimene geme e dice: "Il mio cuore è buono, e naturalmente Dio mi ha fatta molto bella." – Il suo cuore! cuore indurito, affumicato come un prosciutto, ricuoce a la fiamma eterna! Un gazzettiere vano, che si crede un luminare, dice al povero, ch'egli ha annegato ne le tenebre: "Ove lo scorgi dunque, questo Creatore del Bello, questo Riparatore che tu celebri?" Meglio ancora, conosco qualche voluttuoso che notte e giorno sbadiglia e si lamenta e piange ripetendo, impotente e vano: "Sì, voglio essere virtuoso, fra un'ora!"L'orologio, a sua volta, dice a bassa voce: "Il condannato è maturo! Sento invano la carne infetta. L'uomo è cieco, sordo, fragile, come un muro abitato e roso da un insetto!" Poi appar Qualcuno che tutti avevano negato, e che dice loro, con piglio beffardo e fiero: "Nel mio ciborio voi vi siete, a quanto sembra, abbastanza comunicati, a la lieta Messa nera! "Ognuno di voi mi ha inalzato un tempio nel suo cuore; voi avete in segreto baciato la mia natica immonda. Riconoscete Satana al suo riso vincitore, enorme e laido come il mondo! "Avete dunque potuto credere, ipocriti sorpresi, che si rida del maestro, che con lui si rubi, e che sia naturale il ricevere due premi, salire al Cielo ed esser ricco? "Bisogna che la selvaggina compensi il vecchio cacciatore che s'irrigidisce nei lunghi agguati a la preda. Io voglio trasportarvi attraverso la densità, o compagni de la mia triste gioia, "attraverso la densità de la terra e de la roccia, attraverso i mucchi confusi de la vostra cenere, in un palazzo grande quanto me, d'un solo masso, e che non è di pietra molle; "poichè è fatto con l'universale Peccato e contiene il mio orgoglio, il mio dolore e la mia gloria!" – Intanto un angelo appollaiato al sommo de l'universo, suona la vittoria di quelli il cui cuore dice: "Sia benedetta la tua sferza, o Signore! il dolore, o Padre, sia benedetto! L'anima mia  nelle tue mani non è un vano trastullo e la tua prudenza è infinita." Il suono de la tromba è sì delizioso, in queste sere solenni di celesti vendemmie, che penetra come un'estasi in tutti quelli di cui essa canta le lodi.

LA LUNA OFFESA.

O Luna adorata dai nostri padri con reverenza, da l'alto de le azzurre contrade dove, quasi raggiante serraglio, gli astri ti seguono in vago corteo, mia vecchia Cinzia, lampada dei nostri ricoveri, non vedi tu gl'innamorati, su li avventurosi loro giacigli, mostrare dormendo il fresco smalto de la loro bocca? il poeta curvare la fronte sul suo lavoro? o sotto l'aride erbe accoppiarsi le vipere? Sotto il tuo domino giallo e con piede furtivo, non vai, come in passato, da mane a sera, a baciare le grazie mature d'Endimione? " – Io vedo tua madre, o figlio di questo secolo esaurito, che inclina verso il suo specchio un grave cumulo d'anni e imbelletta artisticamente il seno che ti ha nutrito!"