mercoledì 23 marzo 2016

A casa di Flavio Parte Seconda



Raggiunse la porta di casa, incrociando per un breve istante lo sguardo della madre, e quando riuscì finalmente ad aprirla, lei gli urlo dietro:"Flavio dove vai! Vedi che sono guai!" . Ma Flavio correva, correva, inghiottiva le sue lacrime e correva, fuori, verso quel mondo e quelle strade che gli erano state negate troppe volte, e che aveva soltanto sognato di raggiungere, attraverso il crudo silenzio della sua stanza.
Durante la corsa, il sole, visto soltanto dalla finestra, assumeva contorni diversi, come diverse erano le grida di alcuni  bimbi intenti a giocare a calcio. Flavio gli  si fermò  vicino,  ansimava dall'emozione,  quando il pallone gli arrivò ad un passo dal piede. Il più grande tra tutti gli gridò:"Ehi tu! Tira quel pallone! Flavio non credeva ai suoi occhi,  si fece coraggio e calciò il pallone con tutta la forza che aveva dentro, liberandosi per un istante dall'ansia e dolore che  fin'ora aveva sempre vissuto. Sei bravo gli disse un bambino, mi chiamo Daniel, perche non vieni a giocare con noi? Flavio non credeva a quelle parole, troppa era la felicità che provava, quando ammutolito in procinto di tuffarsi nella mischia del gioco, si sentì afferrare per un braccio, e trascinare verso casa dalla madre, furiosa, che continuava a ferirlo con le parole, con i gesti, con la rabbia di una donna che aveva dimenticato il significato di essere madre, o forse totalmente ignorato. Entrati in casa, Flavio  venne lasciato a se stesso, "Per punizione rimarrai senza cena", queste le parole della madre, adesso vai in camera tua e non voglio vederti sino a domani. Flavio nuovamente solo, circondato da mille oggetti , iniziò a sentire i crampi della fame.  Il silenzio devastava ormai l'enorme casa, quando riuscì finalmente a raggiungere la cucina, affamato  divorò completamente cruda una patata, dal sapore magnifico. Forza Flavio, ripeteva a se stesso, cresci e scappa lontano, sin dalla cosa più piccola di questa casa, dal ricordo più crudo della patata che hai mangiato, perché di crudo nella tua vita non dovrai mangiare più niente, e questo niente ti porterà lontano, lontano, lontano, finchè il ripetere delle parole lo fece addormentare.
La mattina seguente Flavio compiva quindici anni, nessun amico, nessun palloncino a ricordare che fosse festa, la sua festa, nessun gesto che facesse trapelare qualche segnale di affetto, un minimo sorriso, un sguardo dolce, lui e la rabbia intensa della madre, per un padre che non tornava, o che fingeva di tornare, nella sua presente assenza. Tanti auguri, questo il simbolo di quel giorno, le uniche parole all'indirizzo di Flavio, l'ennesimo regalo che per anni dovette solo guardare, in quel gioco silenzioso,  imparare ad immaginare per  giocare. 
Stranamente nei mesi successivi, l'ombra del padre si fece  più presente,  spesso tornava a casa accompagnato da un insolito ragazzo al quale dava ripetizioni, e del quale diceva essere il figlio di un collega, con lacune in alcune materie scientifiche. Tra i due col tempo nacque un intesa che suscitò in Flavio l'ennesimo sentimento di rabbia, di tristezza, per quella mancata complicità nata tra padre e figlio, che adesso  vedeva proiettata in un estraneo. Un giorno camminando per casa, Flavio urtò involontariamente la giacca del padre, ben riposta su di un appendi abiti, dalla quale, come conseguenza dell'urto, scivolarono riversandosi per terra delle fotografie. Incuriosito il ragazzo prese per mano alcune di queste  foto che ritraevano il padre in compagnia di una donna, si affrettò nel raccoglierle tutte, cercando di dare loro un ipotetico ordine, per consegnarle prontamente  al padre, intento in quelle sue lunghe letture in compagnia di una pipa. Fu cosi che per la prima volta lo sguardo tra padre e figlio fu intenso, ricco di sensazioni, una rivincita per Flavio, che maneggiava quelle fotografie quasi fossero pugnali. Il silenzio del padre si contrapponeva alle parole di scherno che Flavio lanciava con lo sguardo, attimi in cui  un passo gelido ed un gesto feroce li allontanò per sempre. 
Gli anni  passarono lentamente, sempre uguali, gli stessi colori, le stesse sensazioni, lo stesso dolore, catene che  rendevano Flavio  schiavo ormai da diciassette anni, fino a quel martedì del 22 settembre 1994. 


Pix Promenade. ......